10 Marzo 2020

MILANO, LA CITTA’ CHE SALE


Prendendo spunto dal titolo del quadro di Umberto Boccioni “Milano, la città che sale” dove il pittore fissava la sua visione dalla finestra di casa di una Milano in crescita ed in continua mutazione, vi presento un curioso “percorso” attraverso l’evoluzione negli anni delle costruzioni verticali milanesi.

Boccioni – La città che sale – 1911

Nate da un’esigenza abitativa sempre più pressante ma non solo, mi piace citare parte delle parole dell’architetto Luigi Mattioni, architetto della Torre Breda, nel 1956. “ Un grattacielo può essere a volte un espediente costruttivo, una ambiziosa moltiplicazione, commerciale o speculativa […] ma se nasce da un sincero movente umano, naturalistico e storico, urbanistico e  architettonico, se la sua spinta verticale prende corpo in un luogo confacente, se la sua mole, pur mettendo radici nel cuore della città si erge a conquistare panorami proprio ove la natura li nasconde […] il grattacielo potrà certamente appagare le aspirazioni pratiche della gente di oggi […].”

Una legge degli anni ’30 vieta che a Milano vengano eseguite costruzioni che superino in altezza quella della Madonnina posta in cima alla guglia del Duomo a 108,5 metri. Più che per una questione religiosa, la motivazione reale è perché tutta Milano poggia su una falda freatica molto sottile e nuove alte costruzioni avrebbero potuto danneggiare quell’equilibrio instabile, per questa ragione fino a circa il 1950 nessun grattacielo osò superare l’altezza di 108,5 metri.

Nel 1933-1934 nasce, in un luogo dall’alto valore simbolico, la prima “torre” abitativa di Milano, la Torre Rasini, ideata dagli architetti Lancia e Gio Ponti, posta all’ingresso della città storica accanto ai caselli daziari di Porta Venezia. La torre, alta 50 metri per un totale di 12 piani, rivestita in mattoni rossi, era destinata ad uso residenziale, la serie di bow-windows posti in facciata accentuano il dinamismo costruttivo e le ampie terrazze del retro sono due elementi di novità nel panorama architettonico milanese dell’epoca.

Nel 1935-1937, in Piazza san Babila, l’architetto Alessandro Rimini progetta per la Snia Viscosa una torre alta 59,30 metri per un totale di 15 piani, rubando il primato in altezza alla torre Rasini. Destinata prevalentemente ad uso commerciale, affacciata sulla futura riqualificazione di Piazza Babila, ha tre meriti innovativi: il primo urbanistico, nella brillante soluzione di collegamento tra la torre vera e propria e il complesso reticolo viario circostante; il secondo estetico, nella scelta di un disegno pulito, sobrio, moderno, lontano dagli eccessi e dalla retorica  dell’architettura di regime; il terzo esecutivo, nella risoluzione di problemi progettuali di statica affrontati per la prima volta su questa scala in Italia. La Torre Snia Viscosa fu anche il primo esempio di grattacielo milanese a servire come veicolo pubblicitario per la Società appaltatrice, ad imitazione degli analoghi, sebbene più alti, grattacieli di New York.

Nel 1936-1939 viene edificata anche la Torre Locatelli, in Piazza della Repubblica, progettata dall’architetto Mario Bacciocchi, ha un’altezza di 67 metri con 18 piani ad uso residenziale. Complice la seconda guerra mondiale, questo edificio detiene il primato di “tetto di Milano” per ben 13 anni. E’ un edificio che non è mai riuscito a ritagliarsi quella notorietà che merita, soprattutto perché sembra proseguire quell’ideale, inaugurato dalla più illuminata architettura milanese di quegli anni, verso un linguaggio del ‘900, pulito e depurato dalle contaminazioni di regime.

Nel 1951 l’architetto Luigi Mattioni progetta quello che sarà per un breve periodo, il grattacielo più alto di Milano, destinato dopo 180 anni a superare in altezza la guglia più alta del Duomo: la Torre Breda o Torre Pisani, in piazza della Repubblica di 116,25 metri e 31 piani. Posizionata vicino alla Torre Locatelli, era stata concepita per dare un ingresso simmetricamente scenografico tra Piazza della Repubblica e la Stazione Centrale. Costruita in un linguaggio di stampo razionalista, riesce a coniugare forma, funzione e tecnologia all’interno di un progetto standard che rende il progetto sempre ripetibile.

Sempre nel 1951, inizia la progettazione ed in seguito, nel 1958, la costruzione più controversa dell’high-rise urbano milanese: la Torre Velasca, destinata, insieme al contemporaneo Grattacielo Pirelli, a cambiare, diventandone un’icona, lo skyline milanese dell’epoca. Progettata dallo studio B.B.P.R. (Banfi, Barbiano, Peressutti, Rogers), alta 106 metri per un totale di 26 piani, ad uso sia commerciale che residenziale, quest’ultima nella parte aggettante dell’edificio, è stata per anni centro di accesi dibattiti.

Primo esempio dello stile brutalista in Italia, con cemento armato a vista, deve la sua particolare forma “a fungo” con la parte aggettante e gli enormi costoloni a vista, a esigenze specifiche che sono sia la necessità di un aumento della cubatura che il voler colloquiare, in chiave moderna, con l’essenza stessa della storia di Milano nella tradizione del cantiere gotico del Duomo e lo stile della torre del Filarete del Castello Sforzesco.

Torre Velasca – 1951-1958

Ma è con il grattacielo Pirelli che l’architettura milanese ha una svolta, diventando per 50 anni l’icona della modernità oltre ad essere il punto incontrastato più alto della città.

Progettato da Gio Ponti e dal suo studio d’architettura nel 1955, alto 127,10 metri con 33 piani, è totalmente innovativo rispetto agli edifici già esistenti. La sua pianta esagonale, estremamente allungata e stretta, i cui lati, dalla ridotta dimensione di 18,5 metri, ricordano una freccia proiettata verso il cielo, ha creato non pochi problemi di stabilità, problemi brillantemente risolti dagli ingegneri Nervi e Danusso che hanno rinforzato l’edificio con due imponenti pilastri in cemento armato che scandiscono la facciata e che vanno ad assottigliarsi verso la sommità. Il tetto è una copertura a guisa di aureola sospesa, dando la sensazione di essere completamente separata dalla struttura stessa. Gio Ponti lo ha progettato nel suo unicum come un gigantesco oggetto che usa l’altezza come elemento celebrativo, uno status symbol della civiltà industriale che per quasi mezzo secolo identifica Milano.

Contemporaneamente alla costruzione del Grattacielo Pirelli, nel 1956 su progetto di Melchiorre Bega, viene costruita la Torre Galfa, il cui nome è l’acronimo delle due strade adiacenti, via Galvani e via Fara, alta 109 metri con 31 piani è una Torre che spicca per la sua particolare innovazione, con le facciate a vetrata continua e la perfetta proporzione del volume generale; la semplicità complessiva e l’eleganza quasi minimalista vennero ampiamente apprezzate all’epoca e continuano a colpire ancora per la loro modernità. A questo proposito Enzo Biagi disse: “Bega, con la sua Torre, ha dato a Milano un’opera convincente che risponde alla situazione sociale e culturale di quegli anni, nei quali Milano voleva non solo riedificare ma anche qualificarsi verso una modernità e un futuro di carattere internazionale.”

Torre Galfa -1956 – @urbanfile

 

Il rilancio del “costruire in alto” avviene concretamente nel 2002 con la presentazione del “Manifesto per la Nuova Sede della Regione Lombardia”, la progettazione viene affidata dallo studio Pei Cobb Free & Partners, finito nel 2010 ha un’altezza di 161,30 metri per un totale di 43 piani, superando di gran lunga l’altezza del grattacielo Pirelli.

Palazzo Lombardia – 2010 – ©giusybaffi

Il complesso si articola in quattro grandi fabbricati ad andamento sinusoidale. La piazza interna, di 4.000 mq., è la più grande piazza coperta europea. Mentre il grattacielo Pirelli è perfetto nella sua forma chiusa e convessa, il Palazzo Lombardia, conosciuto anche come Grattacielo della Regione, è, all’opposto, concavo ed aperto. Hanno entrambi in comune connotazioni differenti a seconda del punto di vista nel quale si trova l’osservatore, in un medesimo feeling cinestetico ed una medesima vitalità di movimento.

Piazza coperta Lombardia – 2010 – ©giusybaffi

Nel 2012 il Council of Tall Buildings and Urban Habitat (Ctbuh) di Chicago ha premiato il Palazzo Lombardia come il miglior grattacielo d’Europa dell’anno, sia per il design, che per la sostenibilità e l’innovazione. È stato il primo edificio italiano a ricevere questo premio prestigioso.

 

 

Il resto è storia contemporanea, in una completa evoluzione e rivoluzione, una storia che ha completamente cambiato lo skyline milanese, trasformando Milano allo stesso livello delle più grandi capitali europee.

Tanto per citarli senza descriverli, c’è la Torre Unicredit, progetto César Pelli, altezza totale, compresa la guglia, 231 metri (senza la guglia arriva a 152 metri) e 31 piani; la Torre Diamante, progetto Kohn Pedersen Fox, altezza 140 metri e 34 piani; la Torre Solaria, unico grattacielo ad esclusivo uso residenziale, progetto Arquitectonica, altezza 143 metri e 35 piani; il Bosco Verticale, progetto Boeri, altezza 110 metri e 23 piani, la Torre Allianz, detto anche “il Dritto”, progetto Arata Isozaki e Andrea Maffei, altezza 209 metri e 50 piani; la Torre Hadid, detto “lo Storto”, progetto Zaha Hadid, altezza 185 metri e 44 piani; la Torre Libeskind ancora in costruzione, detto “Il Curvo”, progetto Daniel Libeskind,  altezza prevista 173 metri e 28 piani.

 

A questo punto viene da chiedersi che fine abbia fatto la legge degli anni ’30 che vietava altezze superiori alla Madonnina, problema risolto immediatamente posizionando una copia esatta della Madonnina sulla sommità del Grattacielo Pirelli, poi spostata sulla sommità del Palazzo Lombardia, ovvero il Grattacielo della Regione, mentre attualmente è stata spostata sul tetto della Torre Allianz. Qualunque sia l’altezza dei grattacieli, ci sarà sempre una Madonnina che veglierà su Milano e sulla sua gente.

Madonnina

©Giusy Baffi 2020 – pubblicato su ArteVitae.it 9 gennaio 2018

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