22 Dicembre 2019

LA FORZA SIMBOLICA DEL PRESEPE NAPOLETANO


Il presepe napoletano racchiude in sé un intero universo, non si limita infatti alla semplice rappresentazione della scena evangelica della Sacra Famiglia, alla pura spiritualità religiosa, ma si trasforma, trasmuta in allegorie che affondano le loro origini in epoche più antiche, quasi a fondere paganesimo e cristianesimo conducendoci verso questo mondo fantastico.

Presepe Borbonico della Reggia di Caserta – Metà XVIII secolo

Osservare questo presepe è come fare un viaggio a ritroso nella Napoli del settecento, tra osterie, lavandaie, pastori, artigiani, contadini e venditori ambulanti, a questa koinè popolare troviamo in contrapposizione il corteo dei Magi, personaggi che, con i loro costumi orientali ricordano i mori che si potevano incontrare in una città considerata già allora cosmopolita. Quello che colpisce è la minuzia dell’abbigliamento dei personaggi, l’uso dei tessuti grezzi per i popolani, ricamati con fili d’oro e d’argento quelli dei personaggi importanti.

Presepe Borbonico della Reggia di Caserta – Metà XVIII secolo

 

All’inizio del percorso presepiale vi è dunque la figura di Benino, il pastorello immerso nel sonno; è lui il personaggio chiave del presepe napoletano, l’anima narrante che ci accompagnerà in questo viaggio.  Esso non è posto lì a caso, così come, lo scopriremo volta per volta, nessuna delle altre figure occupa casualmente la sua posizione nel presepe.

Benino addormentato

Circondato da dodici pecorelle bianche che simboleggiano gli apostoli,  Benino è sempre posto nella parte più alta del presepe e ci accompagna verso il mistero della Natività.

Ecco quindi che iniziamo a scendere incontrando il fiume,  il panta rei di Eraclito: simbolo del ciclo vitale, della nascita e della morte, inteso anche come il fiume Giordano dove è stato battezzato Gesù.

Per attraversare il fiume intravediamo il ponte che simboleggia il passaggio da uno stato all’altro, il viaggio verso l’aldilà, la strada che collega gli uomini al Paradiso.

Passiamo di fianco all’osteria, intesa come luogo di perdizione e quindi come il diavolo tentatore sull’uomo.

Vicino all’osteria osserviamo due giocatori di carte, “i due compari” che simboleggiano i due solstizi del 24 dicembre e del 24 giugno e poi tutta una serie di personaggi sorpresi nel loro lavoro, ognuno di essi raffigurante un mese dell’anno, come il vinaio per ottobre e il venditore di cocomeri per agosto.

Proseguendo il nostro cammino incontriamo il pescatore e il cacciatore, che rappresentano le attività di sopravvivenza più antiche dell’uomo. In coppia simboleggiano la vita e la morte, la notte e il giorno, l’estate e l’inverno

Il tema della caccia e della pesca è spesso presente nelle tombe egizie ed etrusche.

Passiamo vicino al pozzo che fa da collegamento tra le acque sotterranee intese come gli inferi e la superficie. Al pozzo sono legate antiche credenze campane, una delle tante era quella in cui si raccontava che l’acqua del pozzo fosse infestata da spiriti diabolici che avrebbero posseduto chiunque l’avesse bevuta. Ma anche la fontana non è lontana e nella tradizione popolare è il luogo delle apparizioni fantastiche e degli incontri amorosi;  ed è qui che la Madonna, secondo alcuni Vangeli apocrifi, riceve l’Annunciazione da un angelo inviato da Dio.

Ma ecco che siamo in prossimità della grotta, la parte più bassa del presepe, simbolo materno, il luogo della nascita, ma contemporaneamente anche l’incerto confine tra la luce e le tenebre, tra la vita e la morte, la valenza pericolosa che solo  Gesù riesce a vincere.

Vicino alla grotta, scorgiamo tre angeli, tutti e tre carichi di simboli sia per la posizione assunta che per l’abbigliamento: quello centrale, di solito con una veste dorata, è il Padre, a sinistra con una veste bianca è il Figlio a destra lo Spirito Santo, con una veste rossa.

All’interno della grotta, intenti a riscaldare il Bambino ci sono il bue e l’asinello: il primo rappresenta la forza, quindi Dio; il secondo rappresenta l’umiltà, la pazienza e quindi Gesù.

In lontananza scorgiamo la processione dei tre Re Magi:  allegoria delle tre fasi della vita umana: la giovinezza, la maturità e la vecchiaia, e anche il simbolo delle tre razze (indoeuropea, africana e semita) discendenti da Sem, Cam e Iafef  i tre figli di Noè.

I rispettivi cavalli sono di colore bianco allegoria dell’aurora, baio o rosso allegoria del mezzogiorno e nero allegoria della sera.

Essi portano i doni al Bambino: l’oro, come omaggio alla regalità di Gesù, l’incenso che rappresenta l’adorazione della divinità e la mirra, un profumo costoso che si usava quando si conducevano i defunti alla sepoltura quindi un dono diretto all’uomo.

 

©Giusy Baffi 2019 (pubblicato su Cose Belle Antiche e Moderne n. 14  dicembre 2010 e su Artevitae.it. 7 dicembre 2017)

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